L’AVARO

brillantissima commedia in due tempi di Moliére

24, 25, 26 ottobre e 2 novembre 2014

con Cosimo Coltraro
e con Gianluca Barbagallo, Mary Barbagallo, Vittorio Costa, Luca Iacono, Pietro Lo Certo, Santo Mirabella, Ramona Polizzi, Francesco Russo, Clio Saccà, Daniele Scalia, Sabrina Tellico.
Regia di Elio Gimbo.

Moliére come Shakespeare, è un porto sicuro dove approdare nelle pause di una lunga navigazione; questo “L’Avaro” è il suo terzo testo che affronto, posso perciò tirare un primo bilancio: Moliére e Shakespeare hanno una cosa in comune che con il tempo e l’esperienza diretta diventa evidente: erano attori; di più erano registi, inventori di spettacoli; i loro testi trasudano mestiere, teatro.
È con i mezzi linguistici del teatro che con le dovute differenze, in un percorso parallelo, entrambi determinano la profondità anche storica dei testi e dei loro personaggi, Moliére e Shakespeare sono ineguagliati maestri del linguaggio teatrale.
Va detto che “ L’AVARO” non è il più accurato dei testi molieriani, presenta alcune incompiutezze che altrove non sono permesse, sembra frutto di una scrittura affrettata, in teatro capita sovente; ciò che ne ha determinato l’immensa fortuna posteriore è il trattamento del tema dei soldi e la profondità storica del personaggio di Arpagone in questo contesto.
È vero che la figura del vecchio ricco e avaro aveva precedenti come Pantalone o Euclione, l’archetipo plautino di Moliére, ma questi non avevano l’intensità psicologica nel rapporto col denaro di Arpagone; in Moliére esiste già una compiuta sensibilità moderna con cui ancora oggi facciamo i conti; il suo Arpagone prefigura tutta la nostra attuale relazione con il denaro.
…e da questo siamo partiti nel pensare lo spettacolo;
Arpagone è oggi un particolare termometro per riflettere su cosa ci sta accadendo nel rapporto col denaro; chi siamo oggi? Coloro che come Arpagone difendono strenuamente il possesso della ricchezza reale o coloro che vorrebbero approfittarne per godere delle bellezze del mondo? Siamo Arpagone o siamo la sua famiglia? Siamo formiche o cicale? Chi potrebbe criticare oggi questo vecchio angosciato per come strenuamente propugna sobrietà e frugalità? Il suo punto di vista ci appare, a ben guardare, non solo accoglibile ma addirittura rivoluzionario, egli non è per forza il vecchio maniaco e nevrotico che gli allestimenti tradizionali mettono in scena deformati da tempi di vacche grasse, no: Arpagone è quasi un paladino ante-litteram della “decrescita felice” nella battaglia contro il consumismo: basta questo per misurare la grandezza di Moliére.
Una volta partiti da questo punto di vista le conseguenze sono state: il guadagno di coerenza complessiva e di credibilità di tutti i personaggi della commedia, la consapevolezza che se un autore del ‘600 ci arriva con questa modernità non ha senso metterlo in scena con un gusto visivo legato alla sua epoca: anche questo l’ho già sperimentato tanto in Moliére che in Shakespeare: i personaggi non sono epoche, sono idee; come tali li immaginiamo, li vestiamo, li portiamo in scena; bisogna sempre rispettare i grandi autori col contributo del proprio mestiere, così rispetteremo anche il pubblico.
In fin dei conti questo “Avaro” è presentato con i soli mezzi del teatro contemporaneo, con la sua sensibilità, col suo linguaggio, senza trucchi o assi nella manica, ma realizzato da attori molto bravi che mi onoro di servire, ed è a loro che bisognerà essere grati alla fine dello spettacolo, a loro che conducono questa guerriglia incruenta, che recitano questa preghiera miscredente, che praticano questa ribellione trasformata in fratellanza, chiamata teatro.
Elio Gimbo

Condividi:


Ti potrebbe anche interessare: